Paura

Dopotutto, a Caracas si vive come in qualsiasi città del mondo.

Si vive, si cresce, si cerca, si trova come dappertutto. Si perde, si vince, ci si innamora e ci si spezza il cuore, come in tutte le città del mondo. A Caracas si può trovare la sorpresa del primo bacio, del concerto d’addio, del primo amante, della riconquista inaspettata, dell’ultimo amore. Come in tutte le città del mondo. Probabilmente, come in tutte le città del mondo, a Caracas le persone possono anche aspirare ad essere felici.
Non fosse per la paura.

Orlandito aveva paura di essere diverso dagli amici con cui beveva birra nel pomeriggio, per questo ebbe molta cura di impegnarsi il minimo indispensabile nel lavoro di aiutante che aveva ottenuto in un istituto di informatica. E per lo stesso motivo aveva rifiutato i corsi che gli offrivano gratis, con tutto il pacchetto che la padrona chiamava “opportunità di miglioramento”.
Aveva paura della vecchia, dei suoi modi sicuri, del suo repentino interesse verso di lui, e del marito che lo guardava con sospetto ogni volta che passava dal lavoro. Non lo sapeva, ma ciò di cui aveva realmente paura era che la vecchia un giorno di quelli si stancasse e che lui rimanesse nel mezzo di nulla, uguale a nessuno, né a lei né ai suoi amici.

Per timore che gli amici credessero che lui cominciava a sentirsi superiore a loro per la nuova mansione, non solo rifiutò i corsi e le opportunità offerte, ma tra una birra e l’altra, si mise a vantarsi della propria malvagità, raccontando come la signora lo lasciasse con la cassa “a disposizione”. Non tardò a temere, per di più, che lo credessero debole, e per aver qualcosa da raccontare, cominciò a consumare piccoli misfatti.

Cioè, per paura, è passato dalle parole ai fatti.

La signora gli era così affezionata che era disposta a lasciar passare quei piccoli misfatti registrati dal bilancio finale di cassa; ma un giorno la paura la trafisse in sogno come il taglio netto di un rasoio e si svegliò sudando. Due, tre notti d’incubi con Orlandito come protagonista dietro un cappuccio, la obbligarono a raccontare tutto al marito.

Sapeva che con ciò avrebbe chiuso la porta all’impiegato, ma gliela apriva a sogni più tranquilli.

In ogni caso, già la paura avrebbe fatto in modo di regalarle nuovi incubi.

Orlandito poteva convenire che aveva infranto le regole e che era stato giustamente licenziato. Ma gli amici non la pensavano allo stesso modo. Soprattutto il cognato. E cominciò il bombardamento con argomenti “inconfutabili” che dimostravano quanto si sbagliasse. In più, includevano lo svantaggio nel quale restava lui dopo aver curato tanto l’attività a quella vecchia per poi rimanere con un pugno di mosche.

Allora, per paura di ciò che potessero pensare di lui, cominciò ad ascoltare prima, e ad accarezzare poi, il piano di suo cognato in una notte di bevute. Insomma, l’avevano preso in pentola e ne avevano cotto l’odio a fuoco lento in salsa di anice, senza che se ne accorgesse.
Una moto, un’arma ed il confronto, furono i suoi amuleti contro la paura.

Le informazioni di Orlandito e l’esperienza del cognato forgiarono una chiave capace di aprire qualsiasi serratura. Non c’era nessun punto debole, si ripeteva più volte la notte del giovedì per riuscire a dormire.

Il venerdì seguente, dopo aver revisionato più volte “il ballo di debuttante”, si misero in moto a gironzolare nei dintorni in attesa della nota vittima. Conosciuta da tempo; vittima dal momento in cui la puntasse con il freddo e metallico presagio, assieme alla precisa richiesta di abbassare il vetro per consegnare arrendevolmente la busta; colpo che il cognato di Orlandito battezzò: “Disoccupazione forzata”.

Ma la paura arriva sempre dove non è stata chiamata.

Loro si aspettavano i rischi tipici del mestiere. Ma per chi non si è fatto il callo era un campo minato. Era attraversare la frontiera di un paese in guerra. Provare uno squeeze play nel nono con due out, senza possibilità di successo. Camminare di notte per un vicolo sconosciuto. In tempo reale la questione ha un ritmo diverso. Più gente e più macchine per strada di quanto si aspettasse. Un paio di moto della polizia che attraversavano la loro strada. L’improvvisa certezza che tutti coloro che avevano occhiali, giacca, cappello o borsa, erano poliziotti che aspettavano una loro scivolata.

La paura, quindi. La paura nella sua forma elementare.

Il risultato? Arrivato il momento esitò un istante. Uno di quei momenti in più o in meno che sono stati gli autori materiale della tragedia o della fortuna di tanta gente. Le conseguenze? Quella che era una coreografia ben studiata divenne un ballo improvvisato free style. L’epilogo? Che nel vedere il modo in cui era scivolato un affare senza possibilità di “cadute”, la paura cominciò a suddividersi in parti uguali tra tutti quelli che dovevano entrare in scena.

La vecchia vide materializzarsi i suoi incubi (le ovaie le dissero che quello col cappuccio era Orlandito , senza dubbi) e, contrariamente ad ogni buon senso, non riuscì a trattenere l’urlo mentre accelerava la macchina e la schiantava contro un negozio a circa cinque metri di distanza.

Tutte le finestre di locali, uffici e automobili intorno cominciarono a dar prurito alla schiena di Orlandito. Ciò fece in modo che seguisse il percorso del veicolo con la canna della pistola e premesse il grilletto. Lo sparo fallito andò a sfiorare la coscia di un uomo che in quel momento camminava con la famiglia lungo il marciapiede. Che fortuna ebbe! (cioè, è entrato nella lista dei momenti che elargiscono fortune o tragedie). L’uomo, preso dal panico, si vide sanguinare la gamba e, all’improvviso, si rifugiò in un ristorante cinese lì accanto, nel quale una vecchia donna cinese sistemava tovaglie in solitudine. La vecchia cinese capiva poco lo spagnolo e l’unica cosa che voleva era che quella strana storia di urla e gambe sanguinanti e fracasso nel marciapiede restasse fuori dal suo locale. Lei non voleva guai. Sarebbe a dire, non voleva in nessun modo che si rispolverasse il suo timore delle autorità, le quali avrebbero chiesto documenti d’identità che non aveva.

L’uomo ferito non avrebbe potuto spiegare cosa gli era successo. Sapeva solo che sua moglie e sua figlia erano in salvo e che una macchina si era schiantata contro una parete a pochi passi da loro; che sentirono uno sparo che doveva essere in relazione con la sua gamba insanguinata. Perciò, la moglie dell’uomo fece uscire la sua paura e cominciò ad insultare la vecchia cinese, chiamandola insensibile. Questo, naturalmente, terrorizzò ancor di più la cinese, la quale si mise a brandire una forchetta lunga contro i suoi aggressori.

Nel locale accanto, anche loro ebbero paura quando sentirono il botto che fece tremare le pareti e, in mezzo alla polvere, videro emergere il muso di una macchina blu, come una balena metallica emersa dal profondo dell’oceano. Orlandito ed il cognato approfittarono della confusione per scomparire, lasciando dietro ognuno con la propria paura. Paura del rumore; di essere feriti senza sapere il perché; di non capire ciò che ti dicono; della polizia che arrivò sospettando di tutti; di essere accusati per qualcosa non fatta; di essere scambiati con quelli che sì l’avevano fatta; del lotto di tutti i giorni; di essere arrivati tardi o troppo presto.

E tanta paura smossa si sveglia quella dei poliziotti, che tra tutte è la più pericolosa, perché si traveste di “rispettabilità”, ma è più primitiva. E si sa che quando la paura si impossessa dei loro corpi, gli sfugge ogni buon senso.

E all’improvviso, come una valanga, come una tempesta che si annuncia, si ripiega e torna ad annunciarsi fino a scoppiare, si sparge per tutta la città, come un’entità dotata di vita propria, come una versione gigantesca del vecchio Pacman, divorando ogni organismo vivente, per prendere il controllo, mutando e cambiando aspetto per diventare più forte. Cibandosi. Come un virus.


E sono i poliziotti dando l’allarme via radio; ed è la gente che legge su Twitter d’una “rapina con feriti in pieno svolgimento”; e sono i posti di blocco dove cadranno i motociclisti che vengono dal lavoro; e sono gli stessi che fuggono e minacciano le auto che attraversano il loro percorso; e sono le persone che chiameranno i loro cari perche temono si trovino nella zona degli avvenimenti …Ed è la paura che sopravvive con tutte le maschere conosciute o meno: l’abuso, l’arbitrio, la violenza, l’indolenza, la diffidenza, l’odio…

E l’amore è pronto a tutto ma non può convivere con la paura. E si nasconde. E la città si arrende al branco.
Fino a nuovo avviso.
A Caracas si starebbe bene, dopotutto. Se non fosse per la paura.


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